Found photography: la nuova vita delle foto antiche

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Aprile 2021

Quando ho deciso di mettere un po’ di ordine nel mio studio fotografico, tra i tanti oggetti appartenuti alla mia famiglia ho trovato una borsa di tela che si è rivelata piena zeppa di stampe fotografiche antiche. Purtroppo non mi è possibile risalire agli autori e non so se siano arrivate a me per caso o per scelta di qualcuno. Di mio nonno Titino, per esempio, che è stato il primo a portare in casa Sanna quadri e macchine fotografiche, e ha trasmesso la sua passione per le arti visive a mio padre e a mio zio. E loro a me.
Le stampe dentro la borsa sono tutte di piccolo o piccolissimo formato e hanno un non so che di affascinante ed enigmatico. Quando le guardo provo un misto di curiosità e lieve imbarazzo, perché in fondo è come se spiassi senza permesso nella vita di tante persone che non conosco. La maggior parte sono ritratti fotografici, di fine Ottocento o dei primi del Novecento: uomini in divisa, donne con cappelli e velette e in lunghi abiti eleganti, coppie di fidanzati, bambini, famiglie numerose. Molte sono state spedite, perchè sul retro c’è il francobollo ed è indicato il destinatario a cui sono dedicati saluti o dichiarazioni d’amore. Inaspettatamente mi sono sentita una “found photographer”.
Poichè amo tutto ciò che è antico e depositario di storie, la found photography (fotografia trovata) è un genere di fotografia che mi affascina da sempre. Chi se ne occupa, si dedica al recupero di immagini perse, non reclamate o scartate, e se ne ri-appropria. Ricorda la fotografia vernacolare, ossia quella „scattata da non professionisti a situazioni della vita quotidiana, per uso personale, il cui obiettivo è di catturare un ricordo o un momento introspettivo e particolare” (cit. sito dell’Ist. It. di Fotografia). Nella found photography, però, chi presenta o espone le fotografie non ne è l’autore: le ha trovate o acquistate e in genere non sa nulla nè del fotografo nè dei soggetti. Dalla fine dell’ Ottocento, da quando la fotografia è diventata una forma d’arte popolare e non più solo per pochi, c’è stato un enorme accumulo di stampe. Nel tempo, esse sono finite in qualche biblioteca, negli archivi o nelle case, dentro scatoloni o in vecchi album, e altre volte sono state abbandonate o gettate tra i rifiuti.
A partire dagli anni ’80 tanti fotografi e artisti sono diventati cercatori di fotografie anonime e amatoriali. Tra questi Martin Parr, Erik Kessler e l’artista visuale Joachim Schmid, che da circa trent’anni colleziona fotografie trovate in negozi dell’usato, aste o mercatini delle pulci, nelle librerie antiquarie o per strada. Schmid ne fa materie prime per nuove forme d’arte: cataloghi caotici, paragonabili a testi composti da citazioni senza autore.
Nell’attuale era digitale “i cercatori” hanno ampliato la loro ricerca fotografica dal campo analogico a quello digitale, riutilizzando anche le tantissime immagini “accatastate” virtualmente in rete e prese nei siti di photosharing (condivisione foto).
Per gli amanti del genere vanno citati: il libro di Anne-Marie Garat, dal titolo “Fotografia trovata”; tre blog interamente dedicati alla found photography, www.bighappyfunhouse.com, www.squareamerica.com, www.projectb.com, e infine “The Museum of Found Photographs”, grande archivio digitale di foto storiche o vintage (su Flickr) .
Ciò che trovo più interessante nella found photography è che nelle fotografie trovate, e già vissute, ci possa essere un’ ulteriore potenzialità della loro capacità comunicativa. Se non fossero state riscoperte casualmente, e non avessero conquistato lo sguardo di qualche spettatore curioso, molte di loro sarebbero andate perse per sempre. In questo modo, invece, è come se avessero un’altra vita, attraverso la creazione di nuove risonanze, narrazioni aggiuntive e curiose rielaborazioni artistiche.