Autoritratti e selfie

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Giugno 2020


Almeno una volta nella vita i fotografi rivolgono l’obbiettivo della macchina fotografica verso sè stessi per farsi un autoritratto.
In una mia recente passeggiata nel Sinis dopo la quarantena, l’amica che mi accompagnava aveva con sè il libro di Vivian Maier, la “tata fotografa” con la Rolleiflex al collo. Scoperta in tempi abbastanza recenti (2007), fotografava soprattutto scene di vita quotidiana (street photography) e se stessa. Un archivio enorme di autoritratti. Dalla personalità solitaria ed eccentrica, la Maier forse era spinta più dal bisogno di indagare il proprio sè, per trovare un posto nel mondo, che da una semplice scelta stilistica. Viveva nello spazio anonimo e tranquillo che si era ritagliata e non ha mai reso pubbliche le sue fotografie. Dopo la sua morte furono trovate centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare.
Più o meno dalla metà degli anni 2000, al posto di autoritratto si è sentito parlare sempre più spesso di selfie. Questo termine ha avuto una diffusione tale che per l’Oxford Dictionary è stata la “parola dell’anno” del 2013. È stato definito «una fotografia di sé stessi, tipicamente ripresa con uno smartphone o una webcam e pubblicata su un social network». I due termini però, seppur utilizzati in modo intercambiabile, non sono equivalenti nelle loro finalità.
Il selfie, infatti, nasce per essere sempre condiviso, genera immagini veloci e facilmente “consumabili”, tanto che i social media sembrano diventati “gli strumenti privilegiati di comunicazione e manutenzione del sè nell’epoca contemporanea” (Francesca Oro, “L’autoritratto come processo di ri-conoscimento del sè e della propria Umanità”). Fotografie come “àncore identitarie”, che danno probabilmente un’illusoria e temporanea sensazione di valore, di appartenenza ad una comunità e di permanenza. Parafrasando Bogart mi viene in mente Bauman: “è la società liquida, bellezza”…
L’ autoritratto invece, come abbiamo visto nel caso di Vivian Maier, non ha necessariamente una destinazione pubblica (virtuale o reale). Chi lo pratica, poichè gli conferisce un connotato introspettivo ed è spinto dall’esigenza di indagare e di narrarsi in modo autentico e profondo, può decidere di lasciarlo per sempre in ambito privato e intimo. Mettersi davanti all’ obbiettivo della fotocamera diventa andare “oltre lo specchio”, la propria immagine riflessa.
Due espressioni quindi, autoritratto in senso tradizionale e selfie, che rimandano a una ricerca dell’identità, l’una mediante l’utilizzo del medium fotografico per esplorare il proprio sè (identità personale), l’altra limitandosi alla sua immediatezza espressiva e alla condivisione (identità sociale).
E c’è anche l’atavico bisogno umano di lasciare una traccia dopo la propria morte.
Cristina Nunez è un’artista spagnola riconosciuta a livello internazionale che utilizza l’autoritratto fotografico come medium per indagare la propria interiortà e come auto-terapia. É l’ideatrice del metodo The Self-Portrait Experience®.
Nell’autoritratto, attraverso l’immagine speculare, si ha l’attivazione di un meccanismo introspettivo perchè chi si fotografa è “allo stesso tempo, autore, soggetto e spettatore”. The Self-Portrait Experience® permette di trasformare le proprie emozioni in arte, mediante la produzione di autoritratti fotografici e video. Chi partecipa all’esperienza condotta da Cristina Nunez, scopre che oggettivare le proprie emozioni più difficili in una fotografia può avere un effetto catartico.
Tra i fotografi che si esprimono principalmente con l’autoritratto fotografico segnalo Elina Brotherus, che da oltre 20 anni affronta tematiche personali legate all’identità, al corpo, allo spazio e alla stretta relazione tra loro. “Meaningless Work“ è uno dei suoi interessanti lavori (in corso), in cui rivisita gli eventi Fluxus degli anni ’60 -’70 e le loro performance artistiche.

LINK UTILI:
www.vivianmaier.com
www.cristinanunez.com
www.elinabrotherus.com
www.francescaoro.it
www.networkitalianofototerapia.it
www.dyaphrama.eu
www.sinistable.com

Le fotografie pubblicate sono di proprietà delle autrici e sono coperte da copyright.
1. Ego Sum – A new day, Claudia Peddis
2. L’abbandono della fenice, M. Grazia Sechi
3. Primavera, Elisa Ecca
4. Me and I, Alice Porru